Dedicato alla fantasia popolare: 'Il mestolo degli eremiti'

C'erano un tempo in valle tre santi anacoreti.

Sull'altura di Torgnon sorgeva l'eremo di Pantaleone; Evenzio si era ritirato sopra Saint-Denis; Giuliano trascorreva i suoi giorni in solitudine nel territorio di Fénis, sull'opposto versante della Dora.

Tutti e tre poveri in canna, passavano pregando lunghe ore del giorno e della notte. Nulla possedevano e nulla desideravano avere.

Ma una volta Pantaleone, mentre parlava con gli angeli del Cielo, trovandosi tra le mani un pezzo di legno, prese ad intagliarlo. Le dita gli si muovevano da sole e, quando dal ramo venne fuori un mestolo, uno di quei robusti "potse" che servono a scodellare la minestra, il buon eremita lo rigirò indeciso tra le mani; quindi, considerando superfluo tenerlo per sé, pensò di regalarlo a Evenzio, e lo spedì a volo al suo rifugio. Grato del pensiero, ma mosso dagli stessi generosi sentimenti del donatore, il santo lo passò, con identico sistema, a Giuliano...che volle donarlo a sua volta. Pantaleone, vedendosi arrivare di ritorno, dall'altro lato della vallata, il mestolo volante, capì che il Cielo voleva lo usasse, ma non certo da solo. Se ne servì, dunque, a mezzogiorno, e poi lo rispedì a Sant'Evenzio che, fatte analoghe considerazioni, dopo averlo usato, lo mandò nuovamente a Giuliano.

Così da quel giorno, grazie a quel mestolo, fu come se i tre eremiti, pur rimanendo nelle rispettive sedi, vivessero in comunità, ogni volta che toccavano cibo.

(Tratto da: "Il fiore del leggendario valdostano" di Tersilla Gatto Chanu, Emme Edizioni).

 
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